TRANSAFRICA
autunno
DURATA   70/80 GIORNI
KM PERCORSI   15000?
TAPPE PRINCIPALI   EGITTO-SUDAN-ETIOPIA-KENYA-UGANDA-RUANDA-TANZANIA-MALAWI-ZAMBIA-ZIMBAWE-SUDAFRICA
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30 Settembre/11 ottobre
Atterrati ad Alessandria cerchiamo un taxi che ci porti al nostro albergo prenotato sul web e condividiamo i 45 minuti di viaggio con la simpatica Lorena, una ragazza Argentina residente a Berlino che viaggia da sola zaino in spalla.
Come prevedibile le pratiche di sdoganamento delle moto ad sono piuttosto “laboriose” nonostante l’estrema disponibilità Shimaa e del suo team (Vertex) corrispondente egiziana del nostro spedizioniere Fischer & Rechsteiner. Occorre anche ottenere dalla locale Motorizzazione il documento che ci autorizza a circolare in Egitto, Paese che non riconosce di fatto il Carnet de Passage di cui disponiamo. Pazienza! Ne approfittiamo per prendere un treno locale che ci porterà al Cairo e quindi alla Ambasciata Sudanese in quanto il Sudan non rilascia più visti d’ingresso dal proprio consolato ad Asswan….va beh, ce ne faremo una ragione e sperimenteremo le ferrovie locali, un’esperienza anche questa.
Saliamo sul treno sbagliato….nulla di male, anche questo è diretto al Cairo, salvo però farci le tre tre ore e mezzo in piedi tra un vagone e l’altro; questo perché i posti a noi riservati c’erano sì, ma sull’altro convoglio. Alla stazione ci aspetta Fadi un ragazzo della stessa agenzia che ci sta curando le pratiche doganali il quale ci accompagna all’ambasciata del Sudan da dove in poco più di tre ore ne usciamo con il nostro visto sul passaporto! La sera siamo ospiti di mr. Mohamod (general maneger di Vertex)che ci offre una splendida cena a base di pesce in ottimo ristorante affacciato sul Nilo. Con Mr. Mohamod ci son Daila, Schiba e tre rappresentanti di una azienda cinese anch’essa operante nel settore tra i quali la dolcissima, e davvero bella, Lucy. Serata da incorniciare.
Dormiamo per pochi $ in un modesto Hotel affacciato sul Museo Egizio e l’indomani riprendiamo il treno (….questa volta quello giusto) che ci riporta ad Alessandria rinunciando fermarci al Cairo avendo tutti e tre già in passato visitato questa immensa città (40 mil di abitanti!!!!) ricca di fascino e di storia.
Ci sono tre giorni di festa qui e dunque non ci resta altro da fare che conoscere meglio Alessandria, questa città che migliaia di anni fa era il centro commerciale più importante del Mediterraneo .
Decidiamo di prendere uno dei tanti calessi che portano in giro visitatori locali e i pochissimi viaggiatori in transito; per una decina di euro Ibrahim , un simpatico settantenne che parla un poco di inglese imparato nei suoi 55 anni di “calessiere” ci fa da guida, ed è la migliore che potessimo trovare. La scelta si rivela felicissima godendo di scorci che mai avremmo diversamente potuto apprezzare. Prima di rientrare in albergo pranziamo in uno “fish street food” seduti al tavolo in una viuzza trasversale al lungomare. Qui si sceglie dal banco il pesce che si desidera far cuocere indicandolo allo “chef”; la nostra preferenza è per 5 orate, 2 branzini, un mezzo chilo di gamberetti (i migliori che abbia mai mangiato) più contorno e pane locale…ricordo che siamo in tre! Sul tavolo rimangono solo teste e lische delle nostre vittime a conferma del nostro evidente apprezzamento. Prezzo complessivo 430 lire egiziane (meno di 20€) .
In attesa di tornare in possesso delle nostre moto ed iniziare davvero il nostro viaggio abbiamo tutto il tempo per conoscere appieno questa città, la seconda del Paese, ed un tempo il centro commerciale più importante e fiorente del Mediterraneo; di quello splendore restano solo pochi ruderi ed anche del famoso faro, una delle meraviglie di allora, rimane solo il ricordo. Con la nostra “guida” Ibrahim ed il suo fedele “purosangue” Faruk ammiriamo la Cittadella di Qaitbey , la colonna di Pompeo , le Catacombe, l’Anfiteatro Romano e la Grande Moschea . Al tramonto camminiamo sulla passeggiata del lungomare dove sino a notte gente di ogni età siede sul muretto che delimita l’accesso a quella che potrebbe essere una spiaggia…peccato per la quantità di rifiuti abbandonati . Sorseggiare una tazza di tè in uno dei tanti locali affacciati sulla strada è il modo migliore per chiudere la serata….e questo nonostante il traffico caotico, ma anche pittoresco, di auto e minibus che procedono a passo d’uomo.
Tutto bello….ma non vediamo l’ora di montare in sella e partire!
Conosciamo tre ragazzi polacchi di Danzica anche loro intenzionati a raggiungere Città del Capo; sono qui da tre settimane ed hanno ancora le loro moto chiuse nel container. Ceniamo con loro e Maurizio è come sempre disponibile , grazie alle sue competenze nel settore delle spedizioni, a fornire indicazioni o suggerimenti utili. Purtroppo il loro tempo non consente ulteriori ritardi ed il rischio di veder sfumare il loro viaggio è più che probabile .
Intanto la nostra pratica per ottenere il Ticket Trip (in pratica il Carnet de Passage Egiziano visto che il nostro non comprende questo Paese così come la Libia) sta procedendo seppur con i tempi degli uffici locali. Aya, la ragazza che ci sta affiancando (Vertex/Fischer & Rechstainer) è davvero una persona speciale sia per la propria professionalità, che per la simpatia e la disponibilità quasi imbarazzanti. Non finiremo mai di ringraziarla e il dono di due foulard è il minimo che potessimo fare per lei.
Giovedì 10 ottobre: dopo un’altra intera giornata negli uffici doganali riusciamo ad avere finalmente i nostri Ticket Trip oltre a patente temporanea e targa locale che sovrapponiamo alla nostra e che restituiremo al border di uscita. Salutiamo Aya e i suoi occhi scuri brillano di commozione; sogna di poter venire un giorno in Italia pur comprendendo quanto sarebbe difficile per lei musulmana integrarsi appieno nel nostro Paese .
Venerdì 12 ottobre: è ancora l’alba quando accendiamo le nostre moto e finalmente imbocchiamo la strada che ci porterà al confine con il Sudan passando prima da Luxor, Asswan e Abu Simbel. Dopo quasi 700 km di una autostrada (gratis per le moto) che taglia letteralmente il deserto raggiungiamo Asyut, una bella città affacciata sul Nilo dove veniamo letteralmente presi in consegna dalla polizia locale che ci scorta in albergo e che ci “farà compagnia” sino ad Assuan. Anche solo per incamminarci ad un ristorante locale lontano non più di duecento metri ci accompagna il poliziotto armato che stazionerà davanti all’albergo per l’intera notte .
13 ottobre – Asyut/Luxor km 307
Viaggiare dietro scorta non è certamente il massimo, ma non avendo altra scelta va bene così, anche se avremmo voluto percorrere la “desert road” anziché la più trafficata arteria che scorre lungo il Nilo. Attraversiamo la provincia di Kena nota perché da qui partirono i terroristi che nel 1997 nella Valle dei Re massacrarono 62 turisti, e anche nel 2015 un attentato terroristico fu sventato dai Servizi segreti Egiziani. Questo spiega la scelta di scortare i viaggiatori che percorrono questa regione.
Dopo il traffico caotico (eufemismo) dell’India quello che vediamo attraversando le cittadine lungo la strada è ben poca cosa ed adeguarci non è un problema per noi .
A Luxor pernottiamo per una cifra davvero modesta in ottimo hotel affacciato sul Nilo; ne apprezziamo subito la piscina, un toccasana dopo il caldo torrido della giornata. Birra e cena sulla terrazza che ci offre un panorama eccezionale .
14 ottobre Luxor-Asswan (Mohamed Nubiano) -Abu Simbel
Lasciamo Luxor dopo essere ripassati per le foto di rito con la giusta luce al sito che ospita i Colossi Memnon ; tutti e tre avevamo già visitato Luxor in passato e rinunciamo dunque a rivisitarne i bellissimi resti archeologici. Viaggiare senza l’obbligo della scorta è tutt’altra cosa potendoci gestire i tempi a nostro modo, anche solo per qualche lo scatto di qualche foto. Ci fermiamo in un piccolo villaggio sperduto nel nulla lungo la strada che fiancheggia la ferrovia e ci sediamo in sorta di chiosco per berci un ottimo thè. La gentilezza, la dignità e l’ospitalità di questa gente è come spesso accade quasi imbarazzante così come la disponibilità a concedersi alle nostre fotocamere . Percorrere poi km e km con alla nostra destra il maestoso Nilo non può non riempirci di emozioni .
Ad Asswan sostiamo per mangiarci un “shish kebab” e contattiamo Mohamed il quale ci raggiunge accompagnandoci ad un ufficio della motorizzazione per ottenere l’autorizzazione a prendere il traghetto che gratuitamente porterà sulla sponda Sudanese del Lago Nasser. Franco aveva il contatto di Mohamed che si è rivelato fondamentale….avremmo altrimenti corso il rischio di arrivare ad Abu Simbel e dover ritornare ad Asswan….260km!
Sono ormai le 14.30, ma decidiamo di proseguire fino ad Abu Simbel consapevoli del fatto che arriveremo dopo il tramonto….che ci regalerà comunque colori straordinari. La strada è una linea retta di ottimo asfalto che scorre nel nulla assoluto….siamo immersi in un silenzio che solo il deserto può regalare, un silenzio che sembra assorbire anche il rombo delle nostre moto.
Arriviamo ad Abu Simbel che è buio e troviamo per pochi Euro una sorta di alberghetto nella parte vecchia della cittadina.
15 ottobre - Avevo da sempre cullato il sogno di poter vedere questo spettacolo che ci riporta indietro di 3500 anni fa e la realtà ha superato largamente l'immaginazione. Entriamo nel sito di buon’ora e non ci sono ancora turisti in giro così da potere godere di questa meraviglia nel modo migliore .
Cambiamo alloggio e ci sistemiamo in buon albergo (Tuya Hotel) dove il personale si fa in quattro pe darci consigli ed indicazioni utili; nel pomeriggio io e Maurizio ci facciamo accompagnare in barca sul tratto di lago antistante il Tempio che con le luci del tramonto appare ancora più grandioso.
16 ottobre Abu Simbel-Way Halfa
SUDAN
La direzione per il Sudan prevede l’attraversamento del Lago Nasser a bordo di un piccolo e malconcio traghetto che in poco più di un’ora raggiunge la sponda opposta dove riprende la strada verso Sud. Non vi è attracco alcuno e non ci sono addetti a riva a gestire l’uscita dei mezzi dal traghetto (le nostre moto e ad alcuni camion); viene calato semplicemente il portellone sulla sabbia e via….uno spiaggiamento vero e proprio come lo definisce simpaticamente Maurizio!!!!
Sono 35km di vero godimento, da pelle d’oca veramente; una striscia d’asfalto nella sabbia che con l’approssimarsi del tramonto ci regala colori straordinari.
Sono 35km di vero godimento, da pelle d’oca veramente; una striscia d’asfalto nella sabbia che con l’approssimarsi del tramonto ci regala colori straordinari.
A Wady Halfa troviamo un alberghetto che per meno di 8€ ci offre una camera singola con bagno, il Nubian Hotel. Ceniamo nel cuore di questo villaggio di frontiera tra gente certo poco abituata alla presenza di viaggiatori di passaggio come noi, e forse anche per questo l’ospitalità che riceviamo è davvero qualcosa di speciale. Pesce, pollo e cipolle il tutto ovviamente senza posate….accessorio del tutto sconosciuto da queste parti! Conosciamo Gazany, un ragazzo Etiope venuto in Sudan in cerca di lavoro; parla un buon inglese e si fa in quattro per poterci essere d’aiuto; grazie a lui troviamo per pochi spiccioli l’indispensabile sim card così da essere di nuovo connessi con il mondo….ma soprattutto con le nostre famiglie a casa. Camminiamo tra le vie polverose del villaggio e non vediamo altri occidentali in giro ma non ci sentiamo per nulla a disagio; welcome! how are you? where you from? Quale ostilità, quale diffidenza nei nostri confronti, quale inutile timore? Ancora una volte fatico a comprendere il perché dei pregiudizi ancora tanto diffusi nei confronti di questa gente alla quale l’orientamento religioso con le relative sostanziali differenze di costume e di abitudini non importa assolutamente nulla .
Basterebbe qualche giorno passato in luoghi come questo, tra gente come questa, per modificare il proprio pensiero, superare le nostre paure e cancellare molti dei nostri pregiudizi .
17 ottobre Wady Halfa-Dangola km 400
Caffè, pieno di benzina in coda all’unico distributore della zona e via lungo l’ottima strada (solo qualche buca qua e là cui fare attenzione) che scende verso sud in direzione di Khartoum. Ci fermiamo per mangiare qualcosa in uno dei “ristori” che troviamo lungo la strada e frequentati unicamente da gente locale…..di viaggiatori nemmeno l’ombra. Per due o tre € mangiamo in tre: zuppa di ceci e fagioli e patate con melanzane. Deviamo poi per un villaggio dove incrociamo alcune donne con i loro piccoli che si prestano sorridenti per qualche scatto .
A Dongola troviamo un alberghetto per 5€ : camera singola con bagno….certo non ci sono lenzuola ma il nostro sacco a pelo l’abbiamo portato anche per questo; nessun problema!
Ci facciamo portare da un tuc-tuc al miglior ristorante della città: pollo, zuppa indefinita, pepsi e immancabile thè per pochi spiccioli….rigorosamente un unico marmittone cui accedere a mani nude!
Curioso il fatto che quando eravamo ormai alla fine della cena si siede al nostro tavolo un tizio, uno strano, che ci fa capire se può finire i rimasugli rimasti nel marmittone, cosa che ovviamente gli lasciamo fare….compreso il bere la mia pepsi. Pochi istanti dopo sopraggiunge quello che riteniamo possa essere il figlio del nostro “ospite”, un ragazzo di una quindicina d’anni che si porta via gli avanzi degli avanzi. Siamo senza parole, testimoni di una realtà in cui il superfluo, l’effimero sono termini sconosciuti; solo più tardi riusciamo a riflettere razionalmente sull’accaduto e concludere perché non avessimo pensato di offrire noi, per pochi spiccoli, un pasto vero a quei povero disgraziato .
18 ottobre Dongola-Merowe (Karima)
Duecento km di strada nel deserto lungo la quale avremo incrociato si e no una decina di auto. Viaggiare tra scenari come questo ti regala emozioni difficilmente trasferibili a parole e nemmeno le foto, per belle che possano essere, non eguagliano quanto riusciamo ad ammirare con i nostri occhi. Quando ci fermiamo per qualche scatto e spegniamo il motore delle nostre moto il silenzio è assoluto e la sensazione è di un appagamento totale. Riassaporo emozioni già vissute in questi luoghi 5 anni fa con Ivana e riviverle è un piacere immenso. Riconosco il profilo del Jebel Barkal quando ancora mancano una decina di km per arrivarci, ma la sua sagoma è inconfondibile e magica per la sua storia.
Alle spalle della montagna ci sono alcune piramidi nubiane simile a qualle ben più importanti che vedremo a Meroe e ci fermiamo per gli inevitabili scatti….per arrivarci vicino occorre lasciare la strada e percorrere duecento metri nella sabbia; Franco senza problemi, io a fatica ma ci arrivo…..Maurizio si insabbia sciaguratamente e liberare la sua Yamaha, rimasta imperturbabilmente in piedi è impresa ardua e faticosa…oserei dire titanica, ma in tre ce la possiamo fare e tra risate e prese per i fondelli risolviamo il tutto per il meglio .
Alloggiamo in un resort a buon prezzo a Merowe, una dozzina di km oltre Karima dove i prezzi sono proibitivi per il nostro budget.
19 ottobre - Questo Merowe Village è qualcosa di assurdo; va bene che questa è stagione morta, ma tengono aperta una struttura immensa per solo noi tre disperati….il problema è che il ristorante è aperto, ma non c’è nulla da mangiare, tanti “inservienti” in giro, ma nessuno sa niente del resto non spiaccicano una sola parola di inglese. Un ambiente surreale e per certi aspetti Kafkiano! Ieri sera abbiamo usato la cucina del ristorante e ci siamo fatti uno di quei risotti in busta che abbiamo per le emergenze, mentre questa sera ci hanno portato un brodino non bene identificato ed un panino imbottito di non si sa cosa…..beh, del resto siamo in Sudan, mica in Galleria a Milano!
Oggi pomeriggio salita sul Jebel Barkal, luogo sacro per la popolazione Nubiana, una montagna che si eleva nel deserto e che al di la delle sue dimensioni molto più contenute richiama molto l’Ayers Rock Australiano. E’ un luogo magico e godere un tramonto da quassù lascia senza fiato .
20 ottobre - Lasciamo il nostro “strano” resort e proseguiamo verso Sud-Est in direzione di Meroe il sito famoso per le sue Piramidi dei Faraoni Neri, certo meno imponenti di quelle di Giza ma non meno spettacolari anche per il contesto paesaggistico totalmente diverso. Arrivati in prossimità del cartello che indica un resort a gestione italiana (c’ero stato con Ivana nel 2013) lasciamo l’asfalto e ci addentriamo nella sabbia seguendo alcune tracce di automezzi. Un tè all’ombra di una acacia con un uomo che vive qui nella sua modestissima dimora e poi, seguendo il suo consiglio, ci addentriamo ancor di più sino ad una bellissima duna rivolta alle piramidi . Montiamo le nostre tende e prima che faccia buio ci facciamo due buste di minestra e una bella carbonara. Lo scenario è da favola e pazienza se la notte faccia un caldo pazzesco che rende complicato prendere sonno, ma alla fine dormo benissimo 4/5 ore e tanto basta. L’alba è ancora più emozionante sia del tramonto che del cielo stellato nel buio e nel silenzio più assoluti. Il giorno prima siamo caduti tutti e tre e un po’ di preoccupazione per raggiungere l’asfalto è scontata, ma ce la caviamo brillantemente e al primo chiosco ci fermiamo per un meritatissimo thè . Ne beviamo in quantità, anche perché fermarci tra questa gente così simpatica e cordiale e un piacere enorme; la preparazione, sempre accurata, e di solito competenza di una donna e spesso anche oggettivamente graziosa e comunque sempre sorridente. E’ il 21 ottobre e arriviamo a Khartoum dove su consiglio di un ragazzo conosciuto in dogana, alloggiamo all’Acropole Hotel; ottimo consiglio! La gestione è di un signore greco nato qui e sposato con una italiana; parla la nostra lingua ed è prodigo di attenzione e di consigli.
Camminare nel mercato di Omdurman tra questa gente che si presta sorridendo alle nostre fotocamere è una gioia immensa; ogni tipo di attività in un caleidoscopio di colori, di profumi e di sapori. Lo ricordavo perfettamente e ne è valsa certamente la pena ripercorrerne gli animatissimi vicoli , prestarsi per un selfie, sorseggiare un the preparato con cura da donne eleganti nei loro abiti colorati e dal sorriso luminoso. Nessun occidentale in giro e questo fa sì che l’attenzione nei nostri confronti sia ancora maggiore, ma per nulla invadente; nessuno insiste per venderci qualcosa e tantomeno ci viene chiesto denaro in cambio di qualche scatto. Solo sorrisi e le solite simpatiche frasi di rito: where you from, how are you, Inter, Juventus…ecc.
La sera ci incontriamo per un caffè con le due coppie di ragazzi (olandesi e tedeschi) che a bordo di altrettante Jeep percorrono più o meno il nostro itinerario; li avevamo sconosciuti al porto di Alessandria in attesa di sdoganare i nostri mezzi. Sono ragazzi in gamba, tosti e determinati, chissà se ci rivedremo lungo il percorso o magari a Cape Town!
23 ottobre - 420 km per raggiungere Gadaref lungo una buona strada anche se piuttosto trafficata soprattutto nell’attraversamento dei centri abitati lungo il tragitto. Numerosi i posti di polizia che il più delle volte passiamo senza controllo; altre volte ci viene chiesto il passaporto, ma è solo il pretesto per conoscerci e voler scambiare simpaticamente qualche parola con noi.
24 ottobre - Lasciata l’anonima Gadaref ci dirigiamo verso la frontiera Etiope che dista 160 km, la metà dei quali su un asfalto dove occorre zizzagare continuamente tra una miriade di buche, anzi, dei veri e propri crateri. Occorre avere massima concentrazione per non finirvi dentro e creare dei guai alle nostre moto.
Al border, sbrighiamo il tutto in tre ore scarse, tutto sommato un tempo più che accettabile e prima di ripartire metto qualche litro di benzina (comprata sulla strada) nel serbatoio….non ci sono distributori sino a Gondar e con quella che mi rimane, tanichetta compresa, rischio di non arrivarci. Siamo in ETIOPIA !! Ricordo perfettamente questo tratto di strada e la simpatia della gente che ci saluta sorridendo; i bambini poi, tantissimi e felici nel vederci passare con le nostre moto così poco abituali per loro. Molta di questa gente vive ancora in misere capanne con il tetto di paglia; gli uomini che si occupano dei propri animali e le donne dei propri piccoli oltre che di tenere acceso il fuoco per il cibo da preparare. Ci fermiamo nell’abitazione di un animatissimo villaggio dove le donne ci preparano una sorta di una densa zuppa a base di fagioli piccantissima. Una dozzina di bambini ci fanno chiassosamente compagnia, e noi ci divertiamo con loro.
Arriviamo a Gondar che fa buio e alloggiamo allo splendido Roth Hotel a 50$ per la doppia.
25 ottobre –Acquistata una sim card locale e fatto il pieno di benzina, lasciamo Gondar e ci dirigiamo a Sud fermandoci per la notte a Debre Markos dove arriviamo che è già buio. A dispetto del nome altisonante l’International Hotel è un modestissimo albergo a 10€ per la singola con bagno….non c’è acqua però e pare che il problema riguardi l’intera città. Bellissima giornata su strada pressochè perfetta che scorre nel verde lussureggiante di una natura rigogliosa. Piove spesso in questo periodo ed ovviamente il paesaggio e non solo ne beneficia. Quasi tutto il percorso si sviluppa stabilmente a 2000m con una punta massima oltre i 2600m. Qui la vita si sviluppa davvero in simbiosi con la strada; una marea di gente, bambini che vanno o tornano da scuola, esili donne ricurve sotto il peso di pesantissime taniche d’acqua, uomini che conducono le vacche al pascolo, carretti trainati da asini che portano di tutto e di più, tuc-tuc zizzaganti nel traffico dei villaggi lungo il tragitto, un delirio chiassoso, ma in fondo ordinato rispetto a quanto visto altrove (es. India) . Rimaniamo anche sorpresi della pulizia delle strade e dei centri abitati dove, contrariamente a Sudan ed Egitto, non vediamo plastica ed immondizia ovunque anzi, per certi aspetti sono alche più pulite di quelle di casa nostra.
26 ottobre – siamo ad Addis Abeba dopo 330 km di strada per lo più in buono stato tranne alcuni tratti in quota (si sale sino a 3200m) dove l’asfalto di scarsa qualità e caratterizzato da buche e solchi profondi lasciati dai camion che salgono a passo d’uomo. Problema dell’Etiopia il rifornimento di carburante nonostante le numerosissime stazioni di servizio tutte rigorosamente sprovviste di benzina. Il pieno lo facciamo al mercato nero, esperienza già vissuta in passato e questo fa sì che non mi preoccupi più di tanto degli ottani presenti!
L’arrivo nella capitale Etiope è ovviamente contraddistinto dal traffico caotico, ma sostanzialmente ordinato grazie anche ai numerosi semafori presenti e soprattutto rispettati. All’Hotel Buffet de la Gare ci aspetta Giancarlo, il fratello di Maurizio che soggiorna spesso da queste parti, innamorato com’è di questo straordinario paese . L’Hotel Buffet è una struttura originale dove trovano spazio camere dignitose, un bar ed un ristorante; è frequentato da Italiani nati qui o comunque figli, nipoti di quelli che un tempo erano i “coloni”. Vito ne è un po’ il tuttofare; vive qui da sempre e ci dà una mano per tutto ciò di cui abbiamo bisogno, noi e le nostre moto che chiedono giustamente qualche attenzione.
Ceniamo in un ristorante rigorosamente Italiano la cui titolare, la simpaticissima Iside ci fa preparare degli ottimi spaghetti alla puttanesca; ne sentivamo la mancanza e dire che le porzioni sono abbondanti è ancora riduttivo. Ci sono oltre a Giancarlo anche Tommy e Marco anch’essi Etiopi di origine Italiana e si unisce simpaticamente a noi anche una coppia di insegnanti alla locale Scuola Italiana. Una bella serata in ottima compagnia.
Giornata dedicata ad una ordinaria manutenzione delle moto e sostanziale relax in questo “Buffet Hotel” adiacente la vecchia stazione francese(ora dismessa) che collegava Djbouti ed Addis Abeba .
La sera ci godiamo una buona pizza al circolo degli italiani, luogo anche questo frequentato da personaggi sicuramente “pittoreschi” con chissà quali storie alle loro spalle.
Da Addis Abeba sino ad Arba Minch e da lì sull’Omo River Giancarlo ci seguirà a bordo di una Jeep con relativo autista, facilitandoci poi per raggiungere i villaggi indigeni che hanno reso turisticamente famosa questa parte di Etiopia.
Da Arba Minch proseguiamo in direzione di Konso dove lasciamo le moto parcheggiate nell’albergo in cui pernotteremo al ritorno dall’Omo River; il primo tratto è asfalto tutto sommato accettabile (solita attenzione alle immancabili numerosissime buche) poi 30 km di sterrato sconnesso sul quale la cosa migliore è tenere aperto il gas e incrociare le dita. Va tutto bene e a Konso lasciamo le nostre moto prendendo anche noi posto sulla jeep con l’autista e Giancarlo. A Jinka ci sistemiamo al Nasa Pension, dignitoso a 13€ la camera singola.
30 ottobre – giornata straordinaria alla ricerca di due dei gruppi etnici che caratterizzano questa regione. Prendiamo posto sulla nostra jeep condotta ottimamente da Elia (autista locale che parla anche un ottimo inglese) e ci dirigiamo sullo sterrato che entra nel Mago National Park, territorio confinante con l’Omo Valley, dove sopravvivono ancora alcuni villaggi Mursi. Dopo un paio d’ore di viaggio ne raggiungiamo uno dove vivono una trentina di individui. Gli uomini, un tempo fieri guerrieri, ora si occupano si del bestiame, ma sono detiti alla birra o altri intrugli alcoolici sin dal mattino. Le loro donne sono ivece famose per l’utilizzo del piatto labiale spesso inserito anche nel lobo delle orecchie; questi sono dischi di argilla decorati che arrivano anche a 16 cm di diametro .
Nonostante il numero crescente, ma ancora contenuto dei viaggiatori che arrivano sin qui, pretendono con determinazione dei soldi (pochi spiccioli di banconote locali) per farsi fotografare. Anche se la cosa può apparire fastidiosa rimane il fatto che ancora oggi mantengano con orgoglio le loro tradizioni ed il loro stile di vita fuori dal tempo.
Sulla via del ritorno in direzione di Turmi ci fermiamo nel villaggio di Dimeka (Omo Valley) addentrandoci nel suo animatissimo e pittoresco mercato. Qui vivono gli Hammer un’altra etnia, meno “isolata” rispetto ai Mursi e in qualche modo più integrata nel contesto del Paese. Anche qui le foto di sprecano ed in questo caso senza che ci venga espressamente chiesto del denaro in cambio .
Prima di entrare in Turmi Elia, il nostro driver, prende una deviazione che porta ad un guado su un torrente piuttosto rigoglioso utilizzato come “autolavaggio” nel senso che, fermi in mezzo al guado, un gruppo di ragazzi muniti di secchi e qualche straccio insaponati provvedono per qualche spicciolo a lavare i mezzi in transito. Il corso d’acqua è anche utilizzato dai locali, uomini e donne, per lavarsi visto che le capanne non hanno ovviamente acqua corrente. Per la notte dormiamo in un più che dignitoso “resort” per 500 birr, meno di 18€.
Da Turti raggiungiamo Omorate su strada in parte sterrata malmessa ed in parte su nuovo asfalto. Omorate è un villaggio abbastanza anonimo affacciato sull’Omo River le cui rive sono tranquillamente raggiungibili attraverso un ponte. Decidiamo però di farlo su una specie di canoa realizzata in unico pezzo da un tronco d’albero; il ragazzo che la conduce utilizza una pertica come timone sfruttando l’energia cinetica della corrente. Raggiunta la sponda opposta un ragazzo che ci fa da guida ci accompagna ad un villaggio di etnia Dasanech dove possiamo tranquillamente sbizzarrirci con le nostre fotocamere. A differenza dei Mursi sono persone socievoli e disponibili alle nostre fotocamere; i 400birr dati alla guida vengono del resto distribuiti al capo villaggio .
Facciamo rientro a Turti nel primo pomeriggio e ne approfittiamo per riposarci evitando il caldo che si è fatto di nuovo insopportabile; purtroppo però l’elettricità è “razionata” e questo fa si che la notte non si possa avere il conforto della ventola a soffitto.
1 novembre – oggi ci aspetta una semplice tappa di trasferimento sino a Konso dove ritroveremo le nostre moto, pronti a ripartire verso la frontiera Kenyota. Lasciamo il nostro “resort” di Turti salutando Tigist che ne ha in qualche modo la gestione ed è a lei che paghiamo il dovuto. Tigist è una bellissima ragazza di etnia Hamer dallo sguardo dolcissimo, elegante nei modi a dispetto di una condizione di vita tutt’altro che agiata. Salutandoci la sua timidezza, o meglio riservatezza iniziale si scioglie in un sorriso spontaneo e i suoi occhioni scuri dicono più di ogni parola .
Passiamo la notte a Konso e l’indomani riprendiamo le nostre moto e percorriamo i circa 100km di ottimo asfalto (nuovissimo) che ci collegano alla strada che scende da Addis Abeba e porta a Moiale sulla linea di confine con il Kenya. Passiamo 5 ore fermi alla dogana in uscita dall’Etiopia anche perché ci arriviamo nella pausa pranzo e qui per due ore si ferma tutto . Non è un problema dormiremo a Moiale in territorio Kenyota e troviamo una soluzione dignitosa per pochi euro al St.Paul Guesthouse. Venerdì 2 novembre, Siamo in KENYA!
3 novembre – Lunga giornata in moto per oltre 600 km su strada comunque in ottimo stato il che ci consente di tenere una buona media. Superiamo Marsabit spingendoci sempre in direzione Sud; una striscia d’asfalto che si perde all’orizzonte tagliando in due la savana. A parte le solite capre, qualche vacca e gli immancabili asinelli oggi incrociamo qualche struzzo e diversi gruppi di cammelli . Sostiamo in un minuscolo villaggio per bere qualcosa e riposarci un poco quando vediamo una colonna di auto sopraggiungere in un frastuono di clacson….incredibile, siamo testimoni del tutto casuali di un matrimonio tra una coppia del posto, di etnie diverse e quindi ancor più vivace nei colori degli invitati vestiti a festa nei loro costumi tradizionali. Bellissimo! Riprendiamo la strada e le nubi all’orizzonte non lasciano presagire nulla di buono; indossiamo gli antipioggia giusto in tempo per non inzupparci vista l’intensità della pioggia. Siamo praticamente sull’equatore e ci stiamo avvicinando alla stagione umida ….temo che nei prossimi giorni il problema si ripeterà spesso. Arriviamo a Nanyuki e alloggiamo all’Emess Hotel (dignitoso ed economico)…il gps segna una latitudine di 0,01224…proprio così, praticamente sull’equatore!
Da Nanyuki ci dirigiamo verso Eldoret dove ci fermiamo per la notte in un albergo dignitoso e soprattutto dotato di garage. Non è cosa abituale da queste parti vedere motociclisti come noi arrivati da chissà dove e questo fa sì che come ci fermiamo un attimo siamo letteralmente assaliti da ragazzi che vogliono sapere delle nostre moto…il GPS poi li fa impazzire! Lasciamo Eldoret con le immagini negli occhi di bambini di strada fuori dall’albergo ad elemosinare quando è ancora l’alba ….e lì fuori dalla notte. Certo, è più facile postare immagini di bambini sorridenti e felici, ma quanti ne abbiamo incontrati attraversando questi paesi la cui casa era di fatto la strada; inalare plastica bruciata come abbiamo visto spesso in Etiopia è un pugno allo stomaco difficile da raccontare.
Lungo la strada ci ferma una pattuglia di polizia che ci contesta un eccesso di velocità dove il limite, segnalato, indicava 50kmh; dopo una prima richiesta assai “onerosa” Maurizio riesce a concordare con il capo pattuglia ….l’offerta di una cena; insomma ce la caviamo con pochi spiccioli!!
Lunedì 5 novembre: siamo in UGANDA….e chi l’avrebbe mai detto che un giorno mi sarei trovato qui in sella alla mia moto!!!
Le operazioni doganali sono abbastanza snelle e ce la caviamo in un’oretta senza particolari intoppi. Rispetto al Kenya la gente qui è meno gioviale, almeno questa è la nostra prima impressione; le strade comunque sono buone anche se il traffico è piuttosto intenso ed occorre fare molta attenzione anche perché gli autisti in generale, ma soprattutto quelli alla guida del pulmini (taxi multipli) sono dei pazzi scatenati! Sostare per un thè in uno dei villaggi lungo la strada è come sempre una gioia e gli occhi sorridenti dei bambini ci ripagano di ogni fatica .
A Jinja attraversiamo il ponte sul Nilo che esce dal vicino Lago Vittoria; un ponte di nuova costruzione inibito alle due ruote……a farcelo notare è una pattuglia di polizia locale che ovviamente ci contesta l’infrazione. Anche in questo caso i buoni uffici di Maurizio ed alla sua padronanza della lingua inglese ci consentono di cavarcela senza danni! Va detto che la pattuglia era costituita da uno spilungone serio e determinato e da una polizziotta assai bella affascinata dai modi gentili e accomodanti di Maurizio.
Gli ultimi venti chilometri prima di arrivare a Kampala sono da incubo….e per fortuna abbiamo evitato il temporale quotidiano che avrebbe complicato e di molto le cose! In hotel contattiamo un meccanico che possa “tagliandarci” i nostri mezzi; è un ragazzo sveglio nato in Kenya ma di origini Pakistane (…incredibile) e ci accordiamo con lui per l’indomani.
Di buon mattino raggiungiamo l’officina (….si fa per dire) di Alì dove Maurizio e Franco si mettono immediatamente al lavoro sulle moto con l’aiuto di due ragazzi, mentre io, non senza qualche preoccupazione, salgo sulla motoretta di Alì che mi riporta a Kampala ad acquistare l’olio motore da sostituire ed andare anche all’Ufficio che si occupa del rilascio dei permessi necessari ad effettuare il trekking ai gorilla…contro pagamento di 600$ per ogni ticket.
In realtà faccio due volte avanti e indietro da Kampala …e sono 45km visto che l’officina è quasi ad Entebbe.
È l’una del pomeriggio quando il lavori di manutenzione sono ultimati e con Ali andiamo a goderci una merita e ottima pizza.
Alì è davvero un personaggio, ha vissuto per molti anni a Los Angeles ma si dice innamorato dell’Africa e vive ad Entebbe ormai da quindici anni; più che un vero e proprio meccanico è un appassionato di moto e si fa in quattro per darci una mano e fornirci utili consigli. L’indomani ci aspetta lungo la strada per accompagnarci fuori città attraverso una strada più breve e poco trafficata (….per forza, sono 36 km di sterrato!); ci fornisce anche le indicazioni per il resort prenotato al Lake Omburu National Park, il Mburo Eagle’s Nest.. Non ci dice però delle condizioni dei 24 km di sterrato che dobbiamo affrontare una volta lasciata la strada principale per raggiungere il resort….compresi gli ultimi 300m con pendenze del 30%!
L’eagle’s Nest è un complesso di tende ben attrezzate posto su una collina che domina il Parco del Mburo Lake. Siamo stanchi e provati, ma con Maurizio decidiamo di visitare il parco a bordi di un fuoristrada ed accompagnati da un autista/guida. Nulla di speciale, zebre, giraffe. Scimmie, antilopi ….per leoni ed elevanti ci sarà tempo!
Un forte temporale notturno ci mette un po’ in ansia per le condizioni dello sterrato sulla via del ritorno, ma una splendida alba africana risolve ogni problema e dopo una ricca colazione risaliamo in moto e ritroviamo l’asfalto senza grosse difficoltà.
I 260km che ci portano a Kisoro sono un autentico spettacolo sia per la qualità dell’asfalto che per il contesto naturale che ci attornia. Infinite piantagioni di banane in un ambiente che vede presenti tutte le tonalità di verde. Incredibili gli uomini che sulle loro biciclette portano canestri di banane che pesano sicuramente ben oltre i 100kg; ne vediamo moltissimi lungo la strada procedere con grande fatica verso centri di raccolta dove li attendono i camion destinati al loro carico .
Arriviamo a Kisoro nel primo pomeriggio prima che si scateni il solito temporale equatoriale e questo ci consiglia di rinunciare a raggiungere il resort di Ruschaga per raggiungere il quale ci sono 35 km di sterrato malmesso che con la pioggia diventa fango impraticabile. Rushaga è il punto di partenza per il trekking ai gorilla che noi abbiamo prenotato per domani; ci arriveremo in auto lasciando le nostre moto alla Guesthouse “Country Side” dove alloggiamo per 50.000scellini in camera singola con bagno (12€)….certo, non un 5 stelle!
Il pomeriggio ci raggiungono Simone e Francesco che invece erano saliti a Rushaga la sera prima con enorme difficoltà per via di uno sterrato (35km) reso impraticabile dalla pioggia; ci conosciamo da tempo e passiamo un’ottima serata in compagnia; loro sono partiti da Dar El Salam e contano di arrivare in Giordania…..il problema è l’entrata in Egitto con un carnet de passage non più riconosciuto nei rapporti Italia-Egitto.
10 novembre – Trekking Gorilla – saliamo a Rushaga in Jeep con autista (100$) e ci rendiamo conto della buona sorte che ci ha indotti il giorno prima a fermarci a Kisoro! Il trekking è una esperienza che va vissuta più che raccontata, perché ritrovarsi a pochi metri di questi straordinari animali è una emozione veramente unica e straordinaria. Ci si divide in gruppi di 8 persone massimo con una guida e una guardia armata; noi tre siamo con una coppia di inglesi ed un’altra di Neozelandesi, persone piacevolissime. Inoltrarci nella foresta fittissima e umida anche se fortunatamente non piove è tutt’altro che una passeggiata, ma alla fine la fatica è ampiamente premiata. Le foto parlano da sole e come sempre rappresentano solo in parte la bellezza di questa esperienza unica .
Purtroppo il futuro di questi primati è tutt’altro che roseo per due ragioni fondamentali: il progressivo ridursi della foresta occupata dal crescente numero di popolazione che vive di agricoltura (unica risorsa di questo Paese) e che progressivamente toglie spazio alla foresta stessa; la seconda è il bracconaggio ancora presente soprattutto nella parte Congolese (Congo,Uganda e Ruanda abbracciano l’estensione di questa “riserva” condividono di questo angolo di Africa dove ancora vivono i gorilla).
Alla fine la stanchezza di una giornata tanto intesa e faticosa lascia comunque spazio ad un appagamento totale ed alla consapevolezza di aver avuto la fortuna di vivere un’esperienza irripetibile.
Sbrighiamo le pratiche d’ingresso in RUANDA in meno di un’ora e riprendiamo la strada (si torna con guida dx) che si mantiene in ottime condizioni e, a differenza di Uganda e più ancora di altri Paese, estremamente pulita .
A Kigali alloggiamo al St. Paul Centre , una struttura religiosa multifunzionale che dispone di un certo numero di ottime camere a buon prezzo. Ci aspetta Padre Onesfhoro, responsabile della Diocesi e che io e Maurizio avevamo già conosciuto la scorsa estate a Sondrio con Erik, il titolare della “libreria del Vaggiatore” e frequentatore di questa parte d’Africa. P.Onesfhoro ci accompagna nelle campagne alla periferia di Kigali dove è nato e dove è ovviamente conosciuto dalla popolazione
Kigali è una città incredibile, si dice essere la più pulita d’Africa e i fatti non smentiscono affatto questa definizione; non ricordo città Italiane tanto curate e pulite. Anche dal punto di vista architettonico con la presenza di edifici moderni e avvenieristici oltre alla disponibilità di Hotels di grande prestigio quali Marriot o Radisson stridono con una realtà di tutt’altro tipo appena fuori l’area urbana. Una contraddizione enorme e tanti punti interrogativi.
Il pomeriggio raggiungo in taxi il Memoriale del Genocidio perpetrato a partire dal 1991 con una escaletion spaventosa sino al mostruoso epilogo del 1994; si stimano 800.000/1.000.000 di morti massacrati, per di più a colpi di macete, tra i quali donne, bambini e neonati. Al di là delle motivazioni alla base di questa tragedia, che lascio alla storia, resta la totale, colpevole, vergognosa indifferenza dell’Occidente. In Ruanda era tra l’altro presente un contingente ONU che rimase spettatore di ciò che avveniva sotto i propri occhi. Certo, il Ruanda non ha petrolio, uranio o diamanti…! A più di vent’anni da quella immane tragedia i Ruandesi sembrano voler rimuovere quel ricordo; anche Padre Onesfhoro ne parla malvolentieri e forse è giusto così.
La sera ceniamo in un locale tipicamente “tedesco” con P. Onesfhoro ed il responsabile della Caritas Ruandese, spesso in Italia per via delle ottime relazioni con il nostro Paese; salsicca, patate e un’ottima birra!
Il mattino andiamo sempre con il nostro amico Ruandese a Nyamata, un villaggio 50km a sud di Kigali dove opera una missione all’interno della quale c’è una scuola e adiacente un memoriale in memoria del genocidio che solo qui in pochi giorni significò 10.000 vittime. Vi riposa anche la missionaria laica Antonia Locatelli (Fuipiano –Bergamo) uccisa da sicari perché denunciò ciò che stava avvenendo ancor prima che tutto degenerasse. E’ ricordata nel giardino dei giusti di Varsavia . Nyamata dista pochi km dal confine con il Burundi e ne approfittiamo di andarci per capire se poyessimo ottenere in loco, purtroppo senza fortuna, un visto d'ingresso nel Paese .
Il mattino salutiamo i nostri amici Ruandesi e anche Erik (Libreria del Viaggiatore di Sondrio) arrivato con Lara e altre due amiche dall’Italia nella notte; si fermeranno qui tre settimane.
Ultimi scorci di Rwanda fermandoci per qualche foto lungo la strada con i simpatici ragazzi che faticosamente trascinano le loro biciclette cariche di banane . In dogana ce la sbrighiamo in meno di un’ora e la TANZANIA ci accoglie con un cielo plumbeo che non promette nulla di buono……e infatti dobbiamo fermarci in fretta e furia per metterci l’antipioggia. La strada poi si fa man mano più brutta con buche profonde che ci obbligano a zizzagare di continuo ponendo anche attenzione ai numerosissimi camion in circolazione. Troviamo un tratto fangoso che questi autotreni non riescono a risalire e vengono trainati uno alla volta da uno scavatore.
Ci fermiamo ad una stazione di servizio e dopo 100 km da incubo la strada diventa finalmente bella e così sino a Kahama dove arriviamo quando è quasi buio; motel modesto ma per meno di 12€ la singola con bagno e zanzariera va più che bene. Giornata faticosa!!!!
Da Kahama proseguiamo per Manyoni con una splendida giornata di sole che ci accompagnerà anche il giorno successivo in direzione di Iringa. Questa non è certo la Tanzania dei grandi parchi (Serengeti, Ngorongoro, ecc), ma ci offre scorci di una bellezza commovente. Con le prime luci del mattino o all’approssimarsi del tramonto la savana ci avvolge nei suoi colori; d’accordo niente giraffe, zebre o leoni, ma piuttosto capre, buoi e gli immancabili asini e qualche babbuino curioso ai bordi della strada, mail fascino di questa terra e della sua gente sono prorompenti. Lungo la strada incrociamo una moto che non è certo una delle piccole moto cinesi o indiane utilizzate da queste parti; ci fermiamo e facciamo conoscenza con il primo motociclista che incontriamo dopo 40 giorni e ormai 8000km. E’ Bülent, un simpaticissimo Turco sessantaduenne in giro da 6 mesi!!!!
In Tanzania, come del resto in tutta quell’Africa che abbiamo conosciuto sin qui la strada è la vera protagonista non tanto per noi che la percorriamo in sella alle nostre moto, quanto per la gente di questa terra. Donne sulla cui testa portano di tutto, canestri di indumenti appena lavati ad una pozza, legna da ardere, cesti stracolmi di patate, cipolle o quant’altro. Biciclette cariche di banane e trascinate a fatica da ragazzi intrisi di sudore e ancora gruppi di scolaretti nelle loro impeccabili divise (retaggio del colonialismo inglese) in cammino verso la scuola e poi ragazzi poco più che bambini che accompagnano al pascolo greggi di capre o piccole mandrie di bovini. E poi l’acqua, un bene prezioso da queste parti e non disponibile certo nelle misere capanne di questa gente; una processione continua di donne, uomini, bambini che con ogni mezzo si recano al pozzo per riempire le loro taniche gialle, un rito che si ripete faticosamente ogni giorno. Il “palcoscenico” di tutto questo cos’altro potrebbe essere se non la strada che per noi è gioia, senso di libertà e appagamento, per questa gente non è certamente così nonostante i sorrisi e i saluti al nostro passaggio.
Lungo il percorso che ci porta su buonissimo asfalto in prossimità del confine con il Malawi veniamo ripetutamente fermati dalla polizia locale il più delle volte per normali controlli…ma in due occasioni ci viene contestata una infrazioni; sorpasso su doppia striscia continua la prima volta ed eccesso di velocità con limite 50kmh la seconda. Ce la caviamo tutto sommato bene anche perché era oggettivamente difficile dimostrare il contrario….in totale le due contestazioni sommano poco come di 25$.
Buon albergo e servizio eccellente (….un po’ meno il ristorante) a Uyole periferia di Mbeya proprio all’incrocio dove si dirama la strada per il Malawi.
Le formalità doganali in uscita dalla Tanzania sono velocissime (avevamo tra l’altro un permesso di importazione temporanea della moto e non il carnet de passage), un po’ meno l’ingresso in Malawi con la richiesta di visto, ma tutto sommato in meno di due ore siamo in MALAWI. La strada che scende lungo lo spettacolare lago Malawi è così così per il primo tratto, una ventina di km su fondo ghiaioso per poi proseguire in ottimo asfalto. Gli utlimi 60 km che ci portano a Nkhata Bay sono uno spettacolo, tra i migliori tratti di strada che io ricordi di aver percorso in moto. Ci fermiamo per assistere ad una partita di un gioco a metà tra la pallamano e la pallacanestro; si affrontano due squadre di ragazzine supportate da un tifo da stadio ! A Mkhata Bay arriviamo che è quasi buio e non troviamo nulla di meglio di una guesthouse che vale giusto i 5$ per la singola ovviamente senza bagno; come in altre occasioni al lenzuolo preferisco il mio sacco a pelo. Rimandiamo la doccia al giorno successivo…Nkhata Bay è comunque un animatissimo villaggio di pescatori e sostarvi anche solo per una notte è stata una piacevolissima esperienza .
Lungo la strada che costeggia il Lago Malawi non possiamo non fermarci di tanto in tanto per ammirarne la bellezza e scherzare con i ragazzini che sguazzano gioiosi nell'acqua o si rincorrono lungo la spiaggia la cui sabbia ricorda quella del mare...beh del resto il nostro lago di Garda al confronto è davvero poca cosa !
Riprendiamo la strada e ci fermiamo do poco più di un centinaio di km a Kwisi in uno splendido resort affacciato sul lago che vale ampiamente i 20. Ne approfittiamo per lavare la biancheria e soprattutto lavarci noi stessi…. Mentre ci beviamo una meritatissima birra lungo la strada passa un ragazzo in biciclettta con appesi al manubrio dei freschissimi pesci appena pescati; Maurizio tratta il prezzo (…un niente!) e li affidiamo a Caterina, gestore del resort, affinché ce li prepari sia per il pranzo che per la cena, scelta rivelatasi azzeccatissima . La sera non c’è corrente e ceniamo alla luce delle nostre torce, ma è la degna conclusione di una giornata spettacolare !
Percorriamo gli oltre 300 km di strada che ci separando da Monkey Bay sotto una pioggia incessante che a tratti è un vero e proprio diluvio!! Beh, siamo all’inizio della stagione umida e da queste parti l’ultima pioggia risale ad aprile…otto mesi fa! L’avevamo messo in conto e del resto sino ad ora c’era andata sin troppo bene. Arriviamo a Mokey Bay, propaggine meridionale del lago Malawi, e ci ricoveriamo in uno dei classici street food locali; siamo bagnati fradici, ma in attesa di capire dove si trova il centro delle Suore Sacramentine che è il nostro riferimento qui, non disdegniamo un ottimo piatto di pollo, patate e naturalmente birra. Chiediamo informazioni e un ragazzo si dice disposto ad accompagnarci e lo fa salendo sul una delle“bici taxi” diffuse da queste parti. Finiamo letteralmente in un pantano, anzi una vera e propria palude dove riuscire a stare in sella alle nostre moto è una vera e propria scommessa! Mi metto alla ruota di Franco, il più esperto tra noi, ma poi decido di prendere una direzione diversa che mi pare meglio praticabile….decisione infausta! Finisco con il fango alle ginocchia e la moto miseramente sdraiata.
Il nostro “accompagnatore” e l’ignaro guidatore della “bici taxi” ci hanno portato nel posto sbagliato e fatichiamo non poco a recuperare l’asfalto dove fortunatamente incrociamo Michele, il ragazzo di “Solidali per il Malawi” che ha deciso di mollare tutto e trasferirsi qui per un anno, che ci accompagna prima al cantiere dove sta sorgendo e centro nutrizionale e poi alla sede locale delle Suore Sacramentine dove hanno sede un asilo ed una scuola primaria .
Suor Ornella è la dinamica responsabile di questo centro ed opera qui da quasi trent’anni affiancata da Suor Leonia, un religiosa locale; sono due persone che dire straordinarie è davvero riduttivo. Siamo oggetto di ogni attenzione e la loro generosità e per noi commovente.
Martedì 20 novembre: visitiamo con suor Leonia la scuola materna e quella primaria e siamo letteralmente avvolti dall’entusiasmo che questi piccoli Malawiani ci riservano, ma questo riguarda se vogliamo un po’ tutti i bambini che incontriamo lungo la strada e che quasi ci rincorrono per salutarci. Certo, non rappresentiamo per loro un qualcosa di ordinario, ma sorrisi spontanei ed entusiasti come i loro è difficile e sempre più raro ritrovarlo nei loro coetanei di casa nostra .
Nel pomeriggio suor Ornella ci accompagna con il suo malandato pik-up (….noi comodamente seduti sul cassone) in un villaggio locale dove tocchiamo con mano la realtà di chi vive da queste parti: villaggi poveri ma decorosi nella loro essenzialità, niente acqua corrente e tantomeno luce elettrica…eppure anche qui bambini gioiosi e sorridenti . Un gruppo di uomini è intento alla costruzione di una barca utilizzata per la pesca; il fasciame è costituito da liste di legno di cedro tagliate a mano con una “manera”, lame utilizzate anche per il taglio di alberi ed azionate da due uomini; non ci sono utensili elettrici ….ma del resto la corrente elettrica è ancora un lusso per pochi. Donne sono intente lavare i panni con attorno i propri piccoli che sguazzano chiassosi nell’acqua cristallina del lago ; due ragazzi hanno cura della propria mandria di mucche che trovano nell’erba presente sulla riva di che cibarsi . Conosco un uomo che si chiama Fosco ed è un po’ il capo del villaggio (mi scrive su un foglietto sgualcito: Fosco Madzedze….Balamanya Village, Monkey Bay Malawi) e dice di avere 65 anni; gli faccio notare che anch’io ho la stessa età e lui aggiunge “six june fifty three”……incredibile, esattamente come me !
Suor Ornella e Suor Leonia ci viziano anche da punto di vista alimentare, con pasta rigorosamente italiana ed ogni altra attenzione, compresa la camera che ci viene riservata ad ognuno di noi tre.
Se prima di partire potevano esser le tribù etiopi dell’Omo River o i gorilla dell'Uganda le mete più caratterizzanti del viaggio il Malawi ne è diventato il passaggio più toccante ed emotivamente coinvolgente; un esperienza dalla quale usciamo arricchiti e in qualche misura ancor più consapevoli, per la dignità di questa gente per nella loro miseria, per il sorriso di questi bambini e l’impegno delle suore, dei missionari/e laici, e dei volontari come Michele che senza clamore dedicano parte della loro vita.
Risaliamo in moto e lasciamo Monkey Bay e la missione delle suore Sacramentine dirigendoci prima verso Mangochi per risalire poi sino a Namwera dove ci aspetta Rita Milesi, per tutti MamaLita (qui la R non la pronunciano) una missionaria laica che opera qui dal 1974 quando vendette tutto ciò che possedeva per trasferirsi da Erve, minuscolo comune della Val San Martino (Lecco) ma Olginatese di adozione, per trasferirsi in Malawi . A Namwera, partendo dal nulla, ha realizzato nel corso degli anni una scuola materna e soprattutto un orfanotrofio per neonati abbandonati dotato di tutto ciò che può servire per la loro cura e crescita (2 incubatrici comprese). Oggi ne ospita 15 cui se ne aggiungono altrettanti tra l’1 e i 3 anni, ma in passato la struttura è arrivata ad ospitarne anche una cinquantina. Rimangono qui sino a due anni quando vengono poi riconsegnati ali famigliari (zii, nonni) sempreché questi dimostrino di poterli crescere correttamente. La scuola materna ospita invece circa 150 bambini dai 3 ai 5 anni e vederli impegnati nelle ore di lezione o all’ora di pranzo è davvero uno spettacolo.
La struttura comprende anche un vasto appezzamento di terreno dove si coltivano ortaggi, frumento, angurie, piante da frutta (mago, papaia, banane, avocado) e vi si allevano capre, conigli e galline. Potrebbe sembrare incredibile, ma dal punto di vista alimentare si è quasi i grado di essere autosufficienti, anzi si riesce anche a vendere quanto prodotto in eccesso . Certo, per finanziare i costi di tutto questo compreso anche lo stipendio (mediamente 40/50€ al mese occorrono risorse importanti che vengono garantite sin qui dalla generosità di sostenitori italiani che Rita à saputo fidelizzare nel tempo. Non ci si fermerebbe mai di ascoltarne i racconti e le pagine di questa che è stata una scelta di vita certamente non facile ma straordinariamente ricca. Rita non manca certo di ricordare momenti di difficoltà e di grande delusione per l’atteggiamento di chi, sul territorio, potrebbe invece rappresentare un sostegno importante e concreto. Strutture che dai media hanno grande risalto quali ad esempio “Save the children” , “Medici senza frontiere”, UNICEF sono di fatto latitanti e tutt’altro che sensibili ai bisogni di questi volontari, laici o religiosi che siano.
Pranziamo e ceniamo ottimamente e l’ospitalità di Rita è anche commovente anche per la modestia con cui è portato avanti tutto ciò; nessun clamore e tantomeno ricerca di visibilità, solo lavoro, tanto lavoro concreto. Tre giorni intensi ed emotivamente forti che rappresentano un passaggio straordinariamente importante del nostro viaggio attraverso l’Africa, quella vera, certo non quella dei safari nei grandi e rinomatissimi parchi, delle spiagge di Malindi o delle acque cristalline del Mar Rosso. MammaLita è stata scelta dal comune di Olginate quale destinataria del Premio della Bontà 2018 , un riconoscimento pienamente meritato!
22 novembre – Lasciamo l’”Alleluya Orphan Centre” di MamaLita e la sensazione è quella di aver vissuto una esperienza che ci rimarrà nel cuore per sempre. Rita è preoccupata per due dei suoi neonati (…ne ha visti passare 6000 dal quel lontano 1974) che hanno gravi problemi respiratori e necessitano il ricorso all’ossigeno; purtroppo c’è il rischio che non ce la possono fare. Ci salutiamo e a fatica mascheriamo l’evidente commozione; guido per un’ora (e sono convinto sia lo stesso per Maurizio e Franco) con gli occhi lucidi ed un groppo in gola…il pensiero fisso a quella donna straordinaria ed ai suoi piccoli .
Viaggiamo in prossimità del confine con il Mozambico e lungo la strada mi fermo in prossimità di un piccolo villaggio in prossimità del quale c'è una animatissima struttura scolastica dove trovano posto diverse aule e centinaia di piccoli studenti...le aule sono rigorosamente all'aperto e disposte all'ombra di qualche albero. Sono avvicinato del "preside" che mi dice trattarsi di una scuola primaria che raccoglie ragazzini provenienti dai tantissimi villaggi sparsi nella zona; è incuriosito dalla nostra presenza e soprattutto del nostro viaggio e ci prega di scrivere un nostro pensiero su di un registro all'interno del proprio ufficio del quale è visibilmente orgoglioso .
Arriviamo al Liwonde National Park prima di mezzogiorno e dormiamo al Camp in un dormitorio comune (ma ci siamo solo noi tre) per 15$. Il tempo di sistemarci e mangiare qualcosa e poi via per un “safari” in barca dove ci aspettano ippopotami, elefanti, coccodrilli, bufali e poco altro…ma ne è valsa comunque ampiamente la pena . Cena al lume di candela senza farci mancare un’ottima bottiglia di vino bianco Sudafricano.
Il mattino ci alziamo come sempre di buon’ora e facciamo colazione godendoci lo spettacolo di un maschio di kudù che bruca tranquillamente a pochi metri da noi mentre alcuni babbuini scorrazzano alla ricerca di qualcosa di cui cibarsi .
Ci fermiamo lungo la strada per il rifornimento e leggo un WathsApp di Rita dove apprendiamo che uno dei due piccoli in difficoltà (una bimba di poche settimane) non ce l’ha fatta. Purtroppo in Malawi ed in molti altri Paesi di questa martoriata Africa questo accade ogni giorno, ogni minuto del giorno; un’Africa ben diversa da quella dei safari, dei lodge di lusso e dei tanti luoghi turistici rinomati.
Riprendiamo la strada che ci porterà a Lilongwe (capitale del Malawi) attraversando un altopiano a 1500m avvolti nella nebbia, e anche la temperatura si è abbassata di parecchio per poi normalizzarsi una volta scesi di quota. A Lizulu (un villaggio a 100km da Lilongwe) siamo incuriositi da un coloratissimo mercato sui due lati della strada animato da centinaia di persone; non possiamo non fermarci e scattare qualche foto e comperare delle carote e qualche pesca per pochi spiccioli .
Per la notte ci fermiamo in un anonimo hotel alle porte della città gestito da indiani.
24 novembre – ripartiamo in direzione della frontiera dove, uno volta raggiunta, sbrighiamo le solite pratiche doganali in meno di mezz’ora compreso il visto d’ingresso nello Zambia che paghiamo 50$.
Ci fermiamo a Chipata, la prima cittadina oltre confine, dove preleviamo all’ATM e acquistiamo la solita scheda Sim che ci consente per pochi € di essere connessi (e utilizzare whatsapp) a prescindere della disponibilità di wifi spesso inesistente o lentissima.
ZAMBIA, nono paese africano attraversato in questo viaggio.
Il tempo non è un granché, piove a tratti e l’antipioggia è d’obbligo. Ci fermiamo nei pressi di un villaggio lungo la strada e subito siamo circondati da bambini sorridenti e donne incuriosite; chiedo se posso scattare qualche foto e mi chiedono qualche spicciolo in cambio. Vivono in misere capanne con il tetto di paglia senza acqua, che attingono da un pozzo poco lontano, e tantomeno corrente elettrica. Il fatto che chiedano dei soldi (pochi centesimi) non mi sorprende ed in fondo lo ritengo anche giusto; del resto perché poi dovrebbero prestarsi all’obiettivo di un viaggiatore così che questi possa godere di una bella foto o avere un "trofeo" da poter mostrare orgogliosamente agli amici. Maurizio ed io diamo alle donne del villaggio qualcosa di più di quanto si aspettassero e la loro gioia è grande quanto la nostra. Mi è capitato in passato di assistere al risentimento da parte di turisti maleducatamente risentiti di fronte al classico "give me money"...beh, ricordiamoci che non siamo di fronte ad attrazioni da circo o peggio ancora a fenomeni di baraccone!
26 novembre – intera mattinata passata presso una offici(concessionaria KTM Zambia)per una sistematina alle nostre moto: cambio olio per tutti oltre a piccoli controlli e finalmente sostituzione catena per la moto di Maurizio.
Lasciamo Lusaka per raggiungere Lewingstone e da lì attraversare il ponte sullo Zambesi che ci porterà in Zimbawe; sono circa 450 km di ottima strada e la pioggia che ci accompagna a tratti non è un problema . Purtroppo i problemi alla Transalp (problemi di filtraggio della benzina) non sono risolti e Franco decide di fermarsi in città ed aspettare il ricambio dall’Italia. Il fatto che dovessimo dividersi più o meno quaggiù era previsto (Franco non si fermerà a Cape Town ma risalirà la parte Occidentale dell’Africa sino in Marocco), ma questo ci dispiace comunque; felice di aver condiviso sin qui questa avventura con lui .
ZIMBAWE Le pratiche doganali (il border è di fatto il ponte sullo Zambesi) sono estremamente veloci -30$ dil visto + altri 20$ per circolare con la nostra moto- assicurazione obblicatoria, ma che noi avevamo già avendola acquistata in Malawi e valida anche per Zambia e Zimbawe- costo 50$-.
28 novembre – visita alle cascate (costo ingresso 30$) che n questa stagione non sono particolarmente spettacolari essendo la stagione delle piogge appena iniziata e lo Zambesi ancora non al massimo della sua portata. C’ero già stato nel giugno di 12 anni fa di ritorno dal Botswana e allora lo spettacolo era diverso, ma valeva comunque la pena essere qui; mai avrei pensato di ritornarci in moto attraverso l’Africa intera!
Al “Safari Rest Lodge” alloggiamo in un ottimo “dormitory” dove non ci sono altri ospiti! Prima di cena si scatena un vero e proprio diluvio; la terra su cui poggiano le moto diventa un pantano tanto che il cavalletto della mia cede e la regina finisce a terra trascinandovi anche la Yamaha di Maurizio…che da qui in poi guiderà senza parabrezza..!!
Ripartiamo l’indomani con un tempo che non promette nulla di buono tanto che dopo pochi km inizia a piovere copiosamente; la strada fortunatamente è buona anche se il paesaggio attorno non è un granché. Lo ZImbawe non è certo quello delle Victoria Falls e man mano che proseguiamo abbiamo la percezione di un Paese in grande difficoltà in cui il malcontento della gena è quanto mai diffuso e percettibile . Le stazioni di servizio sono numerose, ma tutte senza carburante reperibile solo sul mercato nero. Arriviamo a Bulawayo e dobbiamo necessariamente rifornirci e lo facciamo purtroppo acquistandolo a caro prezzo sul “black market” ; 30 litri per 50$....trattando il prezzo . Dormiamo in un alberghetto per un prezzo assurdo se rapportato alla povertà locale, ma tant’è. Il mattino ripartiamo con serbatoi pieni così come le taniche in aggiunta e questo dovrebbe consentirci di arrivare al border e quindi in Sudafrica. Ad una settantina di km dalla frontiere la gomma posteriore della mia moto cede di schianto, non per una foratura, ma per la rottura della valvola della camera d’aria. Con Maurizio togliamo la ruota e stasselliamo la gomma senza però riuscirci del tutto per poter togliere la camera d’aria distrutta e inserire la nuova . Fermo un’auto e chiedo se mi possono accompagnare da un gommista a Beitbridge (70km); fatti ¾ km vediamo un “gommista” che potrebbe fare al caso nostro. Pochi minuti e la gomma è a posto con la nuova camera d’aria che avevamo di scorta…ora però devo trovare qualcuno che mi riporti indietro: fermo un camioncino e salgo sul cassone dove siedono già 4 o 6 donne. Pochi minuti e rieccomi alla moto con Maurizio che non crede ai propri occhi quando mi vede scendere ruota in mano pronta per essere rimontata!
Ripartiamo ed eccoci in SUDAFRICA!!!!
Il rifornimento alle nostre moto ora non è più un problema e decidiamo di portarci avanti il più possibile superando l’inevitabile traffico nel tratto tra Pretoria e Johannesburg arrivando sino a Kroonstad dove troviamo da dormire in una splendida Guesthouse a prezzo più che accettabile. L’indomani riprendiamo la noiosissima hwy 1 superando Bloemfontain sino a Colesberg dove deviamo verso Est sulla hwy9 più divertente, pochissimi mezzi in circolazione e paesaggio che richiama l’Outback Australiano o forse più ancora le distese assolate dell’Arizona . Così come per i sobborghi di Johannesburg (Soweto) o Pretoria notiamo che ai margini di ogni città esistono tuttora delle baraccopoli o meglio dei veri e propri ghetti abitati non certo da bianchi. L’apartheid è superato da anni certo, ma parlare di una vera e propria integrazione tra negri e “africans” (bianchi nati in Africa) è quantomai difficile, non fosse altro per l’abisso che c’è tra gli uni e gli altri dal punto economico e del relativo status sociale.
Ci fermiamo per la notte in un B&B nella graziosa cittadina di Graaf-Reinet.
3 dicembre: giornata da incorniciare. Lasciamo l’ottimo B&B di Graaf Reinet e riprendiamo da hwy9 sino a Uniondale per prendere poi la splendida R62 passando per Joubertina sino a Kareedouw dove prendiamo la litoranea hwy2. L’altopiano che scorre lungo la R62 ricorda il nostro Trentino o in parte anche la Valtellina; l’Africa che non ti aspetti! Vigneti e frutteti lungo una valle che scorre a 600m di altezza per poi scendere gradatamente verso l’Oceano che ci appare dall’alto e ci toglie il respiro . Una coppia conosciuta a Kroonstad ci aveva suggerito di fermarci lungo la litoranea a Nature’s Valley dove ci sia arriva facendo una piccola deviazione dalla hwy2, e mai un consiglio si è rivelato così prezioso. Rivediamo il mare, o meglio l’Oceano Indiano, dopo 14000km ed è una emozione straordinaria. La giornata non è un granché ed anche la temperatura non è certo quella che ci ha accompagnati sin qui, ma questo è un dettaglio che conta nulla di fronte allo spettacolo che ci è davanti. Pochi km e siamo a Plettenberg Bay dove troviamo uno splendido B&B a pezzo più che accettabile. Ceniamo nel miglior ristorante del posto e non ci facciamo mancare nulla, compresa un’ottima bottiglia di Chardonnay locale .
La cittadina di Arniston (un tempo villaggio di pescatori) ci era stata suggerita dalla coppia di Sudafricani conosciuta a Kroonstad e anche da Carlo un amico che conosce bene queste zone. Suggerimenti davvero preziosi vista la bellezza del luogo, un villaggio di case bianchissime affacciate sull’oceano che mai avevo visto di un azzurro così intenso, da togliere il fiato. Dormiamo in uno splendido cottage a prezzo più che onesto, un appartamento tutto per noi con terrazza vista mare! Cena da Willees come proposto da Carlo, un piccolo locale a conduzione famigliare a base di zuppa, pesce, e “malva pudding”, un dolce locale niente male !
L’indomani partiamo alla volta di Capo Agulhas, il punto più a Sud del Continente Africano dove ovviamente ci fermiamo per immortalare il nostro arrivo! Pare sia anche la congiunzione dell’Oceano Indiano con l’Atlantico ; così almeno è scritto nelle indicazioni….posizione rivendicata peraltro anche dal Capo di Buona Speranza che raggiungeremo tra due giorni. Proseguiamo per Gansbaai, la nostra meta di oggi, dove l’intenzione è di fermarci due notti in modo da poterci imbarcare sulla barca che ci dovrebbe portare a vedere lo squalo bianco calandoci nella gabbia a fior d’acqua. Purtroppo non se ne fa nulla: lo squalo bianco pare si sia spostato altrove e ci garantiscono solo la vista di squali di ben altro interesse e dimensione. Delusi lasciamo Gansbaai decidendo di dirigerci verso la vicina Hermanus duve normalmente stazionano le balene visibili anche dalla riva; siamo un po’ troppo avanti nella stagione, ma domani ci proveremo lo stesso.
Squali o balene a parte questo tratto di costa oceanica è qualcosa di spettacolare e di una bellezza davvero unica; percorrerla in sella alla nostre moto arrivandoci dal Mediterraneo non ha prezzo!!! Certo ho avuto la fortuna di ammirare paesaggi simile altrove, Nuova Zelanda, Australia, Sud America, Islanda, Scozia o Scandinavia, ma qui è diverso, non più o meno bello, semplicemente diverso.
Una di quelle giornate che vale la pena vivere, peccato non averla potuta condividere anche con Ivana!
Hermanus è ormai una cittadina prettamente turistica, ma che conserva un animatissimo porto di pescatori ! Camminare per diversi km lungo la passerella affacciata sull’oceano e sedersi su di una delle tante panchine ad ammirarne la bellezza di regala una sensazione di pace assoluta .
Ci avviamo al porto dove saliamo a bordo di una imbarcazione che ci porterà ad osservare le balene che ancora stazionano nella baia in attesa di migrare più a Sud; siamo piuttosto avanti con la stagione, ma è ancora possibile avvistarne qualcuna: Hermanus è famosa perché durante tutto l’inverno australe è possibile osservarle anche dalla riva.
L’incontro con questo splendido animale non tarda; si tratta di una balenottera con il proprio piccolo e proprio per questo non è possibile aspettarci delle evoluzioni fuor d’acqua e nemmeno ammirarne la coda prima dell’immersione. Pazienza, è sempre e comunque una bellissima emozione.
Lasciamo Hermanus per quella è sarà la nostra ultima tappa di questo viaggio; pioviggina e siamo costretti ad indossare l’antipioggia. Prima di Cape Town ci aspetta però la visita al mitico Capo di Buona Speranza non prima però di una sosta d’obbligo alla colonia di pinguini Simon’s Town . Nel frattempo il tempo si è rimesso al bello e gli ultimi km sulla splendida strada sull’oceano che ci porta al Capo sono davvero una goduria.
Ci sono ovviamente molti turisti e per la foto d’obbligo al cartello che indica “The Cape of good Hope” bisogna mettersi in fila .
Il nostro viaggio termina praticamente qui e i pochi km che ci dividono da Cape Town li percorro distrattamente, con il pensiero che ripercorre le tappe di questa nostra straordinaria esperienza di viaggio.
Dico sempre che per poter capire occorre conoscere e conoscere attraverso i propri occhi e non dal racconto di altri. Il mio "mal d'Africa" non è certo quello dei safari nei grandi parchi, dei deserti di sabbia o del mare cristallino, ma è piuttosto nel sorriso dei tanti bambini incontrati felici solo per vederci sulle nostre moto così grandi ed inusuali per loro, è nella gentilezza della gente, nella orgogliosa dignità delle donne cariche di taniche d'acqua o di quelle intente a zappare la terra con il loro piccolo sulla schiena. Vivere nelle capanne di paglia senza corrente elettrica e tantomeno acqua corrente non è un la scena di un documentario d'altri tempi, ma la realtà di tanti Paesi e villaggi che abbiamo attraversato. Questo è il mio personalissimo "Mal d'Africa". Il mio Mal d'africa è negli occhi di MamaLita o di Suor Ornella, e a chi come loro ha dedicato la propria vita per aiutare questa gente, senza clamore e tantomeno l'attenzione dei media.




















visioni di viaggio - 2014
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